‘O Funaro

Era colui che preparava e poi vendeva le corde di canapa. Il suo modo di lavorare consisteva nel ricavare le funi intrecciando dei fili di canapa mediante una tecnica particolare (avvolgendo la corda retrocedendo rispetto alla matassa) la quale è diventata una massima popolare: «fa l’arte d’ ‘o funaro», infatti, definisce ogni sventurato che, nella vita, nel bene e nel male va all’indietro. Era detto anche “curdaro”.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

‘O furnacellaro

Era il venditore ambulante di fornacelle, fornetto portatile alimentato a carbone utilizzato per cucinare con il tianello di creta il ragù della domenica. La cucina “a furnacelle” è tornata di moda, qualche signora l’adopera la domenica, offrendo un giorno di riposo al forno multiuso o microonde procurandosi il carbone in busta, nei negozi specializzati, prima invece lo si acquistava dal “cravunaro”.
Di una meretrice abbondantemente conosciuta, in senso biblico, s’usava dire “furnacella sfunnata”.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

‘O Tarallaro, il venditore di taralli

Il “Tarallaro” era il venditore ambulante di taralli. In genere si faceva notare urlando: ”’O tarallar””, “tarallucc’ ‘nzogna e pepe“.

Purtroppo quasi tutti i lavori ambulanti a Napoli sono scomparsi e a memoria di napoletano l’ultimo tarallaro che si ricorda era Fortunato che con il suo piccolo carretto che si era costruito da solo, montando un canestro di vimini sul telaio di un carrozzino da neonato, con  in alto una piccola insegna “la Ditta Fortunato resta chiusa il lunedì.

Il tarallo ”’nzogna e pepe” (sugna e pepe) è un tipico prodotto della tradizione gastronomica meridionale. Si tratta di un tarallo cotto al forno, i cui ingredienti sono farina, sugna, pepe, ricoperto da mandorle nella parte superiore.

Matilde Serao ne ”Il ventre di Napoli” descrive i famosi fondaci, quartieri molto popolari nelle vicinanze del porto, dove la miseria e la fame regnavano incontrastate. A sconfiggere quella fame spesso ci riusciva, a partire dalla fine del 1700, proprio il tarallo. Come molti prodotti alimentari di antica tradizione, il tarallo è figlio della creatività e fantasia di tante generazioni la cui principale preoccupazione era la necessità di utilizzare tutte le risorse alimentari di cui disponevano. E fu così che i fornai, nel 1700, non avendo nessuna intenzione di buttare lo i ritagli di pasta con cui avevano appena preparato ed infornato il pane, si inventarono il tarallo: aggiunsero della sugna, la ”’nzogna”, del pepe in abbondanza a quei ritagli di pasta, lavoravano sapientemente l’impasto ottenuto, ricavavano delle striscioline, le attorcigliavano tra loro, gli davano una forma a ciambella e le infornavano. Agli inizi del 1800 qualcuno ebbe la felicissima idea di aggiungervi le mandorle che vanno a nozze col pepe. Essendo un cibo povero, il tarallo aveva ed ha tuttora, una grossa diffusione. Ne traevano profitto i fornai che non buttavano nulla della loro lavorazione, ne traeva beneficio la povera gente che con pochi soldi, riempiva lo stomaco affamato con qualcosa dal gusto eccellente e con un apporto calorico, dovuto alla sugna presente nell’impasto, non indifferente. Ne traevano profitti anche gli osti, nei cui locali si consumavano molti taralli, perché il pepe presente nell’impasto faceva si che gli avventori consumassero anche molto vino.

Nella tradizione orale è rimasta anche un curioso modo di dire legato ai taralli: “Pare ‘a sporta d’’o tarallaro”, ossia “Sembra la cesta del venditore di taralli”.

Poiché gli avventori di taralli son soliti servirsi con le proprie mani affondandole nella cesta colma di taralli, per scegliere a proprio piacimento, alla stessa maniera c’è chi consente agli altri di approfittare e servirsi delle sue cose, o di se stesso ma lo fa più per indolenza che per magnanimità, anche se poi se ne lamenta dicendo: “Ma che m’avite pigliato p’’a sporta d’’o tarallaro?” (Mi avete forse confuso con la cesta del tarallaio?).

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Chianchiere

Beccaio o più comunemente macellaio, per quanto “chianchiere” sia un nome ancora in uso.

Vendeva carne fresca appena macellate nella sua bottega con lame di vario tipo su di un bancone molto spazioso detto appunto “‘a chianca”.

Una volta ottenuti dei pezzi più piccoli ed eliminato il grasso eccessivo, questi venivano esposti appesi a dei ganci o su dei grandi piatti di acciaio per attrarre i clienti. Il chianchiere, inoltre, produceva le cosiddette vessiche ‘e ‘zogna (vesciche di sugna): appena macellato un maiale, il grasso veniva fatto liquefare in una pentola facendolo diventare strutto (sugna) e, poi, fatto raffreddare all’interno di vasi di terracotta, detti vesciche, ed esposte nel negozio. In questo procedimento, oltre alla sugna, si ottenevano dei residui detti ‘e cicule (i ciccioli) che venivano utilizzati per farcire tortani, casatielli, taralli, ecc.

Famose fin dal ‘500 le “chianche” napoletane, descritte nel 1535 da Benedetto di Falco: a Loreto, alla Vicaria, alla Loggia…Ispirarono molto toponimi, decaduti nel 1850 perché considerati “non decorosi” dal Consiglio edilizio. Resistono la Chianche ‘a Carità, a monte dell’omonima piazza.

(Nei dintorni di Piazza Carità c’è via Giuseppe Simonelli, anticamente chiamata Vico Chianche alla Carità per via delle “chianche”, cioè le panche, su cui i chianchieri, cioè i macellai, del mercato esponevano le loro carni e le macellavano per le truppe spagnole acquartierate a poca distanza)

Gli antichi macellai adoperavano il giorno di riposo, il venerdì di magro, per ripulire accuratamente la bottega. La prova in una quadriglia del 1770: «Va’, spécchiate a na chianca de qualesiasi chiazza!». Ancora più propagandistico il tono della “Quadriglia de li chianchieri”, 1715: «Vacche, vuoje e vetelle grosse…che de li chianche noste so’ li chiù belle frutte». Le Chianche ‘a Carità ispirarono, in verità per galanteria, Salvatore Di Giacomo: «’Ncopp ‘e chianche, ‘int’ a na chianca / aggio visto na chianchera / cu’ nu crespo ‘e seta janca / cu’ cert’uocchie ‘e seta nera».

Riguardo l’etimologia del nome la Napoli greca, nell’aggiornare la sua lingua, trasforma in “chi” il prefisso “pl”: chianca, ci conforta Renato de Falco, viene da “plax” superficie piana o tavola, quelle utilizzate – scrisse Bartolomeo Capasso – per «mettervi in mostra, distese, le carni che vi si vendono».

La massima dice di un uomo molto magro «ca ‘o meglio chianchiere nun ne putesse caccià manco na purpetta».

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

SOFTWARE HOUSE

SPETT.LE SOFTWARE HOUSE

Un anno fa ho cambiato l’applicazione FIDANZATA 7.0 per l’applicazione MOGLIE 1.0 che ha generato subito l’applicazione BIMBO 1.0 che occupa tantissimo spazio sul disco.
Le istruzioni non dicono niente di questo fatto.
Ma ciò che più mi preoccupa è che l’applicazione MOGLIE 1.0 si autoinstalla su tutte le altre mie applicazioni e in più si lancia automaticamente quando apro un’altra applicazione fermandola.
Quindi applicazioni come: BIRRA_CON_GLI_AMICI 10.3 e CALCIO_DOMENICA 5.0 non funzionano più.
Qualche volta compare un virus che si fa chiamare SUOCERA 1.0 che blocca il sistema oppure fa si che l’applicazione MOGLIE 1.0 si comporti in modo molto preoccupante.
Vorrei disinstallare MOGLIE 1.0 e reinstallare FIDANZATA 7.0 o magari un’altra versione con prestazioni più avanzate, ma mi sembra troppo complicato e non vorrei rischiare tanto, anche perché BIMBO 1.0 mi piace molto.
Sono disperato!
Aiutatemi!!!!!

RISPOSTA SOFTWARE HOUSE

Gentile cliente,
il suo problema è frequente tra gli utenti, ma il manuale d’istruzioni avvisava (sull’ultima pagina) che passare da FIDANZATA 7.0 a MOGLIE 1.0 comporta dei rischi (operazione sconsigliata):
MOGLIE 1.0 non è più un’applicazione di divertimento come FIDANZATA 7.0, ma è un Sistema Operativo Completo fatto per controllare tutte le altre applicazioni.
Non è più possibile tornare a FIDANZATA 7.0 perché è stato cancellato definitivamente.
Lo stesso vale per il virus SUOCERA 1.0 che comporta problemi di compatibilità con tutti i sistemi; quindi disinstallarla significa disinstallare MOGLIE 1.0 (che tra l’altro discende da SUOCERA 1.0).
E’ sempre meglio aspettare che SUOCERA 1.0 si disinstalli da sola tra qualche anno.
Diversi utenti hanno provato ad installare AMANTE 1.0 ma i rischi sono enormi: se, per caso, in quel preciso istante si autolancia MOGLIE 1.0 il sistema andrà in overflow creando antipatici sottoprogrammi del tipo: .MANTENIMENTO_MOGLIE ALIMENTI_BIMBO . EXE. CAZZI_AMARI. EXE
Se si arriva ad installare AMANTE 1.0 non provare più a passare a MOGLIE 2.0 perché i problemi saranno maggiori.
Per aumentare le funzionalita’ MOGLIE 1.0 ti consigliamo di installare pacchetti aggiuntivi come GIOIELLI. EXE , VESTITI_NUOVI. EXE ma soltanto le ultime versioni e VACANZE_LUSSUOSE. EXE.
Ad ogni intervento di MOGLIE 1.0 di default è indispensabile lanciare subito i programmi SI_AMORE.EXE e HAI_RAGIONE_AMORE.EXE.

Grazie per aver scelto i nostri prodotti.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

L’edificio della Gran Guardia

Il Castel Nuovo, conosciuto anche come Maschio Angioino, in epoca aragonese era circondato da una cinta muraria difensiva intervallata da torrioni, di cui alcuni più tardi trasformati in bastioni, definita ‘cittadella’.

In epoca borbonica, il castello venne destinato ad uso militare e divenne sede dell’Arsenale di Artiglieria (con annessa Fonderia), della Real Montatura delle Armi e del Corpo della Real Guardia, quindi tutta l’area circostante fu interessata da una profonda trasformazione. Colmato il fossato, col passare del tempo tutto intorno ci fu un proliferare di fabbriche, capannoni ed alloggi di tutti i tipi.

Tra questi vi era l’edificio della caserma della “Gran Guardia di Cavalleria”, a forma semicircolare con arcate e un colonnato neoclassico che affacciava ad angolo proprio sullo slargo, in prossimità del torrione dell’Incoronata, in quello che allora era chiamato Largo di Castello (oggi Piazza Municipio).

L’edificio della Gran Guardia di Cavalleria fu progettato dal “brigadiere” Francesco Sicuro, lo stesso architetto che progettò il teatro del Fondo (l’attuale Mercadante), e fu costruito e aggiunto alla cinta bastionata di Castel Nuovo nel 1790.

Tutto restò immutato fino alla fine dell’800, quando un processo di risanamento conclusosi agli inizi del ‘900, portò ad un graduale abbattimento delle strutture e ad un completo isolamento del castello, così come lo vediamo oggi (nel 1886 fu demolito il Bastione di Santo Spirito e nel 1870 l’edificio della Gran Guardia). Purtroppo, questa trasformazione comportò la distruzione dell’antica cinta muraria Aragonese (inglobata nei riempimenti borbonici), i cui resti sono stati in parte riscoperti grazie agli scavi per la metropolitana, in particolare la base “segata” del torrione dell’Incoronata, il più antico della cinta.

Napoli - Edificio della Gran Guardia di cavalleria (1858)

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Vita di chat

Quante volte abbiamo sentito amici raccontare di avventure iniziate in chat e quante altre volte c’è stato detto di coppie che vivono la nostra quotidianità essersi conosciute on line. Per tacere dell’amico smanettone che rimorchia su uno dei centinaia di siti/social network che la rete mette a disposizione. Diciamocelo: per molto più di un attimo l’abbiamo invidiato. Noi perbenisti non l’abbiamo mai fatto o meglio non ci siamo mai riusciti fino in fondo. Eppure di sere spese di fronte allo schermo di un pc a dissertar d’amore (sic!) ne abbiamo spese fin troppe, sottraendole ad una vita vera che ci scorreva tra le dita e che un giorno, non molto lontano, arriveremo a rimpiangere. Poi in metro, in autobus, in treno quando la realtà rallenta è facile ritrovarsi a tu-per-tu con la rubrica dello smartphone, ed eccoli lì i nomi di perfetti sconosciuti con i quali s’era creato comunque un legame. Sempre che, beninteso, avendo manie da usa-e-getta (meglio forse tromba-e-cancella) non c’è rimasto manco più un nome da fissare, ma solo il ricordo di quello che poteva essere e non è stato o di quello che è stato e…e basta! Ma del resto se camminiamo per strada col fare da sentinella, se mandiamo a cagare chi ci ferma per chiedere l’ora o un’informazione, se dubitiamo finanche del nostro vicino di casa che conosciamo da sempre, la chat diventa la fisiologica alternativa al muro di diffidenza che abbiamo innalzato. L’indispensabile prefiltraggio (fatta la tara ovviamente dei vari fake che s’annidano sulla rete e che bypassano i controlli) per valutare chi far entrare nella nostra realtà (virtuale). Anche perché, diciamocelo, nella quotidianità il tizio/tizia che ci piace non ci fila manco di striscio e quando invece facciamo l’incontro casuale che potrebbe cambiare le nostre vite non finisce mai come nei film: lui/lei ci saluta cordialmente e a noi non resta che un post su facebook/twitter pieno di likes e rimpianti. E così tra una cosa e l’altra ci ritroviamo a fare i conti con persone (anzi meglio contatti) con le quali si crea un legame. A volte d’amicizia a volte finanche un qualcosa in più. Che sentimento è mai questo? Gente mai vista prima che orbita costantemente nelle nostre socialvite e alla quale dedichiamo tempo, attenzioni, pensieri e che alla fine mina le nostre certezze sentimentali, andando a colmare quel vuoto di sentimenti ed emozioni che ingoia la realtà dei nostri giorni, trasformandola in una triste monotonia. Dopo l’idillio iniziale però inevitabilmente arrivano i nodi al pettine. Le bugie, i silenzi, le incomprensioni, altri prendono il nostro posto: ma non eravamo quelli che meglio avevano capito il loro mondo? O forse era solo quello che raccontavamo a noi stessi? E allora montano i rimpianti. Se ci si è visti sono difficili da digerire i come e i perché dell’inattesa fine. Che fine ha fatto quel feeling che all’inizio, insieme all’entusiasmo, c’ha fatto gridare quel “finalmente” che da troppo tempo era rimasto strozzato in gola? Se viceversa, invece, gli impegni, la distanza, la svogliatezza e chi più ne ha più ne metta, non hanno permesso di lasciarci vivere quel tanto agognato incontro, è solo colpa di questa serie di sfortunati(?) eventi se anche ‘stavolta usciamo con le ossa rotte da quella che pareva una bella avventura. E allora al posto di quel contatto virtuale non ci resta che una delusione reale. Ancora una volta siamo rimasti vittime di noi stessi. Attutita la delusione, però, siamo di nuovo in pista nel grande gioco della posteggia 2.0 pronti a barattare fatiche e grigiore della nostra vita per un’emozione in 3g.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento