Napoli: novanta…quattro anni di Storia

Il 1 agosto 1926 non è l’anno di fondazione del Napoli. Ma solo l’anno in cui la società cambiò denominazione.

Il Napoli, infatti, era già nato nell’agosto del 1922, quando si realizzò la fusione tra il Naples Foot-Ball Club e l’U.S. Internazionale Napoli e si costituì l’Internaples Foot-Ball Club, che elesse come presidente Emilio Reale (presidente anche della vecchia U.S. Internazionale).

Nel 1925, la precaria situazione finanziaria dell’Internaples convinse Emilio Reale a cedere il club al facoltoso commerciante, di origine ebraica,  Giorgio Ascarelli, più adatto a garantire sicurezza al club. Ascarelli, quindi, fu il secondo presidente della storia del club, non il primo come si racconta.

Nel 1926 I mondo del calcio fu “stravolto” dalla Carta di Viareggio che intendeva riformare in toto il campionato italiano. La carta era ispirata a principi xenofobi e fascisti che prevedevano tra le altre cose una “italianizzazione” del foot-ball a partire dall’eliminazione degli anglicismi che permeavano la cultura calcistica italiana. Nell’ambito di questa ventata di autarchia il Regime impose alle squadre di “italianizzarsi” non solo nella sostanza ma anche nelle forma, così il Milan diventò Milano, il Genoa si trasformò in Genova 1893, l’Internazionale club dal nome troppo “sovversivo” fu costretta a fondersi con l’U.S. Milanese dando così vita all’Ambosiana-Inter e lo stesso Internaples divenne semplicemente Napoli.

Il primo giorno di Agosto del 1926, al ristorante D’Angelo, sulla collina del Vomero, l’assemblea dei soci formalizzò semplicemente un cambio di nome di una società che era stata fondata nel 1922: da Internaples Foot-Ball Club ad Associazione Calcio Napoli.

Con la fine del regime i club che avevano cambiato denominazione ritornarono al nome che avevano prima di questo cambio forzoso, tutti tranne il Napoli che restò tale.

Quindi sono 94 e non 90 gli anni di storia del “nostro” Napoli.

Auguri...! Partenopei

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Addio Higuain

UFFICIALE: Higuain alla Juventus. Ho aspettato questo momento per dire la mia sul tormentone dell’estate.

Dispiace aver letto tutte ‘ste dissertazioni piene di improperi e jasteme nei confronti di Higuain e ADL. La verità è che da tifosi uno vorrebbe avere in squadra Messi e non Mertens, Neuer e non Reina, Bale e non Insigne, ma bisogna fare pure i conti con la realtà.
Nonostante il Napoli sia passato da acquistare i vari Savini, Maldonado, Datolo ecc. a trattare ed acquistare campioni del calibro di Albiol, Callejon e lo stesso Higuain, resta pur sempre una piazza “di passaggio”. Ahimè questa è la verità, brucia, fa male ma è la verità. Bisogna pur esserne consapevoli. Non solo in termini di qualità tecnica del progetto in vista di successi e trofei, ma soprattutto in termini economici. E a questo punto diventa difficile poter trattenere i campioni, non ce la fanno club molto più importanti come la Juve (vedi Zidane prima e Pogba oggi), il Borussia Dortmund (vedi i vari Götze, Lewandowski, Hummels), l’Atletico Madrid (che ogni anno vede partire un pezzo da novanta, da Fernando Torres a Falcao, da Diego Costa e Arda Turan, ecc.), figurasi il Napoli. Purtroppo sono anni che il calcio è diventato un business, non c’è traccia alcuna di valori quali il senso di appartenenza alla squadra e alla città (è inutile fare i nomi dei vari Maldini, Del Piero, Zanetti, Giggs, ecc., questa è tutta gente che giocava in club ricchi e vincenti, troppo facile sposare queste cause, forse solo Totti avrebbe diritto ad essere citato tra le vere bandiere e i baschi Guerrero, Iraola, ed Etxeberria ma si sa quelli dell’Athletic Bilbao sono casi “particolari”).
Ed è proprio alla luce di questo dato di fatto, incontrovertibile ed evidente, che va analizzato l’affare Higuain.
Primo: Higuain non è napoletano, ha giocato a Napoli sole tre stagioni (non si può certo annoverare come uno dei senatori). Motivo questo per il quale l’accusa di “tradimento” non ha senso. Probabilmente avrebbe dovuto far più “male” l’addio di Quagliarella, lui sì figlio di questa terra.
Secondo: ADL non ha messo in vendita Higuain (così come non mise in vendita Lavezzi e Cavani), è stata la Juve a pagare l’intera clausola rescissoria, senza avere dalla società nemmeno un piccolissimo margine di trattativa per inserire magari Rugani, uno che ci avrebbe fatto molto comodo, per avere uno sconto. E questo a dimostrazione del fatto che il Napoli non ha mai voluto “trattare” la cessione di Higuain.
Terzo: i 90 milioni pagati dalla Juve ne fanno l’affare più costoso del calcio italiano, secondo solo a quello di Bale al Real e forse alla cifra che lo United pagherà per avere Pogba a livello mondiale. Quindi parliamo di un colpo praticamente unico. Come si fa a tirasi indietro in un affare del genere?
Quarto: sul piano tecnico Higuain non si discute (anche se io sono sempre stato un fan di Cavani, a mio parere più forte del Pipita), ma è pur sempre un calciatore di 29 anni, pagato forse più del doppio(!) del suo effettivo valore. E questo lo sanno pure quelli della Juventus che hanno fatto di necessità virtù e hanno pagato la clausola rescissoria per portarsi a casa un campione e provare a vincere la Champions League.
Detto questo se si vuole rimproverare qualcosa ad Higuain è quella di essere andato agli odiati nemici juventini, ma anche qua c’è da sottolineare che il suo ingaggio è passato dai 5,5 milioni a all’anno ai 7,5 per quattro anni! Non credo si possa parlare pertanto di “mercenario” (Higuain non se ne va per 100 mila euro in più). Inoltre c’è da dire che sul piatto non è che ci fossero proposte migliori, per lui e/o per la società (del resto chi è quel pazzo che paga 90 milioni di euro per un ventinovenne?). Pertanto visto che per un professionista non conta tanto “difendere la città”, quanto piuttosto vincere e guadagnare (anzi diciamo guadagnare e vincere), di che diavolo stiamo a lamentarci se è passato alla Juve? Ha fatto un salto di qualità economico e sportivo non da poco. Certo uno scudetto a Torino non è la stessa cosa che uno a Napoli, ma per capire questo c’è bisogno di una simbiosi più unica che rara con la città, la squadra e la maglia che non riesce a tutti (Pesaola, Vinicio, Maradona, Hamisk e po’?). Basta dire che esistono tifosi della Juve napoletani (sic!) e ce la vogliamo prendere con Higuain?!
A mio modestissimo parere sono solo due le cose che vanno rimproverate a Higuain, la prima è stata l’ipocrisia che ha dimostrato fingendo sotto la curva un amore per la città, la squadra e per i tifosi che evidentemente è venuto meno con un corposo assegno e la seconda è stata quella di essere andato via scappando senza dire nulla ai tifosi, senza nemmeno avere la delicatezza di spiegare le sue ragioni mettendoci la faccia (e a nulla servirà adesso una lettera aperta sui quotidiani). Ed è questo quello che fa male di più. Ora è evidente che Higuain rinforza una diretta concorrente per la vittoria finale. Una squadra – la Juve – forte di cinque scudetti di fila che a detta di tutti ammazzerà il campionato. Questo può essere vero ed è la cosa che, sentimenti a parte, brucia di più. Però se il Napoli saprà fare tesoro di questi 90 milioni di Euro intascati per un solo giocatore reinvestendoli sul mercato a caccia di due tre rinforzi all’altezza della situazione (la Juve venduto Zidane prese Buffon, Thuram e Nedved, io metterei una firma per avere tre big di questo calibro) ne vedremo delle belle, perché a mio parere col gioco che fa Sarri un attaccante di alto livello (Icardi, Bacca?) a Napoli farà più gol di Higuain a Torino e sono pronto a scommettermi questa cosa con chiunque dica il contrario.
Passo e chiudo.

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Euro 2016 Le convocazioni di Conte

Questa la lista: 1 Buffon, 2 De Sciglio, 3 Chiellini, 4 Darmian, 5 Ogbonna, 6 Candreva, 7 Zaza, 8 Florenzi, 9 Pellé, 10 Motta, 11 Immobile, 12 Sirigu, 13 Marchetti, 14 Sturaro, 15 Barzagli, 16 De Rossi, 17 Eder, 18 Parolo, 19 Bonucci, 20 Insigne, 21 Bernardeschi, 22 El Shaarawy, 23 Giaccherini.

Ho aspettato l’ufficialità sperando in un repentino ripensamento, che ahimè non c’è stato. Conte si è pronunciato, e lo ha fatto anticipando che le sue scelte sarebbero state oggetto di discussione e così è stato infatti.

La nostra rappresentativa è una delle più scadenti di sempre come tasso tecnico, eppure anche quest’anno ci si accapiglia su chi avrebbe o non avrebbe dovuto far parte della selezione, come se gli assenti avessero dalla loro chissà quale pedigree tecnico.

Come ogni C.T. che si rispetti anche Conte, per stilare la lista di convocati, si è dato a monte un metodo. Da questo punto di vista, anzi, è stato sempre molto chiaro. La sua nazionale doveva essere prima di tutto una “squadra” e non una mera selezione (dei migliori), di conseguenza andava preferito al puro talento lo spirito di sacrificio, la capacità di fare “gruppo” e l’immarcescibile tradizione italiana di affidarsi, almeno, ad uno “blocco” (quello della Juventus campione d’Italia). Doveva essere un gruppo di uomini, prima che di giocatori, che davano tutto per la causa senza risparmiarsi, di conseguenza quindi andavano premiati i giocatori che avevano tirato la carretta durante le qualificazioni. Infine, e qui passiamo al lato tecnico, doveva essere una selezione di giocatori se non titolarissimi in campionato, quanto meno con un più che sufficiente minutaggio nelle gambe, capaci di ricoprire più ruoli e di adattarsi a più sistemi di gioco.

Ora è evidente che i parametri che ha dettato Conte non valgono per tutti i convocati, e del resto seguirli pedissequamente sarebbe stato illogico. Bene invece è stato valutare caso per caso, soprattutto tenendo conto che non potendo vantare su un elevato tasso tecnico (poteva essere questo l’europeo di Rossi e Balotelli se fossero stati al top della condizione psicofisica) si sarebbe dovuto fare di necessità virtù, facendo della tattica, dell’agonismo e della corsa le armi sulle quali puntare.

Fatta questa doverosa premessa restano però dei dubbi sull’operato del C.T. Troppe note stonate nello spartito di Conte. Vero è, comunque, che ogni lista di convocati da adito sempre a malumori tra tifosi, stampa e opinionisti, e che magari se non una vittoria sul campo quanto meno un ottimo rendimento degli outsider potrebbe dar ragione a Conte in merito alle scelte fatte (le quali, è bene sottolineare, si basano anche su sensazioni tecniche, dati fisici e motivazioni psicologiche che solo un allenatore può avere).

Veniamo però ai convocati. Nel bene o nel male questo è ciò che passa il convento. Il campionato italiano non esprime più i talenti di una volta (anche se nuove e valide leve sembrano farsi largo). Premesso ciò discutere di Sirigu mai titolare al Psg, oppure di Ogbonna (che vale un Astori o un Acerbi ma con un pizzico di esperienza internazionale in più, visto che gioca nel West Ham) è davvero un mero esercizio di stile visto che si tratta di due riserve difficilmente impiegabili. Forse più di Rugani (titolare a sprazzi e solo nella seconda parte del campionato) si sarebbe potuto fare un pensiero a Romagnoli, quanto meno per introdurlo nell’ambiente (così come Donnarumma), ma si tratta davvero di preferenze che non sposteranno gli equilibri.

La possibilità di giocare col 3-5-2 (modulo che prevede due esterni che facciano entrambe le fasi di gioco e che per questo più soggetti a un logorio fisico durante i novanta minuti) e col 4-3-3 dove di esterni ce ne sono ben quattro, ha obbligato Conte, giustamente, a convocare un discreto numero di giocatori da fascia: De Sciglio, Darmian, Florenzi, Candreva, Giaccherini, Insigne, Bernardeschi, El Shaarawy. Probabilmente, però, si è lasciato prendere la mano. Forse perché considera Giaccherini un interno di centrocampo (soluzione questa che se da un lato aumenta il tasso tecnico della mediana e la fluidità nel cambiare sistema di gioco in corso, dall’altro penalizza troppo in fase di contenimento), quando invece è un ala d’attacco al pari di Insigne e El Shaarawy. Il bolognese ha dalla sua però una duttilità tattica e uno spirito di sacrificio che non hanno gli altri due. I quali per giunta rendono bene, anzi benissimo, solo come esterni larghi a sinistra (Insigne da seconda punta ha sempre deluso, El Shaarawy, addirittura, non c’ha mai provato). È evidente che uno dei tre è di troppo. E il ballottaggio avrebbe dovuto essere tra Insigne ed El Shaarawy, col primo, visto il campionato disputato, più meritevole della convocazione. Il posto lasciato libero sarebbe potuto essere di un giocatore come Soriano, che nonostante rispondesse appieno all’identikit del perfetto convocabile di Conte è stato lasciato a casa. Così come è rimasto fuori uno come Bonaventuta che avrebbe fatto comodo da esterno di centrocampo e d’attacco, ma anche come mezz’ala. Come centrocampisti puri altra esclusione eccellente è stata quella di Jorginho, il miglior regista della serie A. Senza alcuno spirito polemico pare evidente che il colore della sua maglia è stato determinate nella sua esclusione. La quale per giunta fa gridare allo scandalo anche in considerazione della mancanza di un regista puro nella squadra. I due deputati al ruolo, Motta e De Rossi, non si discutono se fossero al 100%, ma non lo sono. Il romanista per giunta è il primo cambio in difesa, qualora uno dei tre centrali dovesse venir meno per infortunio (Chiellini l’indiziato) o per squalifica, mentre Thiago Motta, forse eccessivamente criticato (è pur sempre il titolare del Paris Saint Germain), più che essere un regista è una mezz’ala (e sarebbe potuto andare in concorrenza con Bonaventura e/o Soriano). Probabilmente quindi Jorginho avrebbe fatto comodo davvero a questa Italia. Per far posto all’italo-brasiliano si sarebbe potuto sacrificare Sturaro, giocatore con bel altre qualità (più dinamico e più solido in fase di non possesso) rispetto agli altri centrocampisti in rosa, ma che non ha di fatto guadagnato sul campo (visto per giunto pochissimo) questa convocazione, motivo per il quale la stessa è stata la più criticata tra tutte (non per essere ripetitivo ma siamo certi che se avesse vestito un’altra maglia sarebbe stato comunque convocato?). L’ultimo appunto va fatto per le scelte in attacco. Non portare Pavoletti (più che Belotti), il miglior bomber italiano del campionato, è parso a molti un clamoroso abbaglio. Il punto però è che il centravanti nelle cui mani, ma forse bisognerebbe dire piedi, si è affidato Conte è Graziano Pellè. Pavoletti sarebbe stato la sua riserva. Escludere il pur non brillante Eder, che ha caratteristiche diverse, per fargli spazio non sarebbe stata una scelta logica. Forse uno tra Zaza e Immobile (più il secondo) si sarebbe potuto lasciare a casa, se non fosse che in attacco, diversamente dagli altri reparti Conte si è affidato a quei paletti che ha sbandierato sin dall’inizio della sua avventura in azzurro. Metro di giudizio, questo, che non da fastidio. Quello che non va giù è l’inspiegabile mancanza di coerenza nel complesso dei ventitré convocati. Se bisogna premiare il rendimento Jorginho, Bonaventura e Pavoletti andavano convocati (Eder invece doveva restar fuori). Se bisogna avere un occhio all’equilibrio di squadra Soriano andava portato, ma soprattutto uno tra Insigne ed El Shaarawy (due doppioni) andava lasciato a casa. Se bisognava premiare chi aveva giocato in campionato Sirigu, Zaza, Sturaro dovevano restare fuori. E così via. Al di la di opinioni personali, inquinate dalla faziosità inevitabile dell’amore per la propria squadra, e al di là pure di un metro di giudizio nelle convocazioni difficilmente applicabile alla lettera (e meno male!), resta comunque l’amarezza per alcune scelte discutibili del C.T. La differenza col passato è che prima restavano a casa fior di campioni, oggi no.

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Napoli – ‘O Galantariaro

Numerosi sono i venditori ambulanti che percorrono le strade cittadine promuovendo a gran voce e con convinzione la propria merce e i propri prezzi. Tra questi i galantriari sono da ritenersi l’elite, in quanto essi propongono le migliori merci che i negozianti chiamano usualmente grossa chincaglieria. Trattasi di generi che più costano e di cui più si sente il bisogno: tiracalzoni, forbici, temperini, stuzzicadenti, spazzole per il capo e per i denti, coltelli da tavola, posate di plaquefond, pettini, lumi da notte e così via. Per questo hanno anche il nome di chincaglieri ambulanti.

Vanno girando per le vie principali (soprattutto via Toledo) entrando nei caffè e negli esercizi soffermandosi ad ogni angolo e tavolino ripetendo ad ogni potenziale cliente: “Comandate no bravo pare de tiranti, forbici, temperini?” insistendo in caso di diniego elogiando i propri prodotti e la loro utilità e promettendo di cederli per un ottimo prezzo. Se poi vedono che nemmeno così riescono a piazzarlo “conchiudono col chiederti il mozzicone del sigarro, che con rincrescimento devi staccare dalla bocca e darglielo”.

Comunque vada la trattativa restano sempre rispettosi coi compratori e non si lamentano se perdono molto tempo per concludere nessuna vendita. Nella maggior parte dei casi sono “giovani svelti e di spirito, che sovente ti muovon le risa con le loro risposte argute ma che non eccedono ad impertinenze” e oltre a percorrere le strade non esitano a visitare studi ed officine per promuovere attrezzi per la scrittura o le arti. Li si può anche trovare a contrattare sulle navi d’altri paesi che sono ferme in porto, con ufficiali o qualunque altro membro della ciurma che ritengono abbia abbastanza moneta per pagarne le merci.

A dispetto della contrattazione necessaria a spuntarlo il prezzo a cui i chincaglieri ambulanti propongono le loro mercanzie risultano convenienti in quanto questi non hanno le spese vive dei negozianti da ammortizzare.

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“I dieci tipi di donne che sarebbe preferibile evitare (…come la peste). [In rigoroso ordine “ad capocchiam”]” II PARTE

11) La donna in carriera. Per lei il lavoro viene prima di tutto. Sicura di sé, sa quello che vuole ma soprattutto sa come ottenerlo (…e non aggiungo altro). Non c’è week end che tenga, se fatic e basta! Tra colazioni di lavoro, relazioni programmatiche e briefing operativi sarà dura trovare un buco…in agenda. Calendarizzatela.

12) L’eterna delusa. Viene fuori da una storia travagliata (ha avuto sempre storie travagliate!) finita 10 anni fa(!), ma lei lo ama ancora nonostante lui fosse un emerito idiota. Avoja a starle dietro, non ci sarà gesto eclatante che tenga, siete solo una spalla su cui piangere. Rassegnatevi e piangete con lei. Lacrime e ‘nfamità.

13) La detective. Tradita, non una, non due, non tre volte ma semb. Si è trasformata in Jessica Fletcher e la cosa vi preoccupa alquanto (usate pure ogni forma di controcchio). Sarete sempre sotto controllo, dovrete sempre giustificare ogni vostro movimento e comunque non sarà mai abbastanza, a suo modo di vedere le cose avete una relazione clandestina con la sua migliore amica (lo so state pensando “magari!”). Darete alle stampe il seguito de “Le mie prigioni”. 007

14) La cucciolona. Tenera, soffice, romantica, smielata. Cuoricini in ogni dove, baci & abbracci, dediche radiofoniche, striscioni sotto casa, petali di rose, noleggio biplano con annesso messaggio d’amore, manifestini nel quartiere e dulcis in fundo fedina(!). Un momento però, non sono cose che lei farà a voi (e sarebbe già stato inquietante), ma saranno cose che lei pretenderà da parte vostra. Fuggite sciocchi!

15) La traditrice. Vi tradirà, c’è bisogno d’aggiungere altro? …occhio però a non farvi beccare se voleste renderle pan per focaccia, verrete marchiato a vita come Fornicatore e vagherete emarginato per sempre lontano dai salotti benpensanti (…pure voi però che ambienti frequentate!?). Tro..BIIPP

16) La crocerossina. Eravate ai margini, ferito e disilluso da una vita amara che non vi ha mai capito fino in fondo. Ma poi eccola, la vostra salvatrice. Ha creduto in voi, vi è stata accanto nei momenti difficili. Ha realizzato che le vostre imperfezioni sono qualità e non difetti. È finalmente lei la donna giusta…almeno fino a quando non s’imbatte in uno più disgraziato e tutto ricomincia…a meno che non ingeriate una cocktail di psicofarmaci. 118

17) La vittima. Teorica del complotto…ai suoi danni! L’unico scopo dell’umanità è rifilarle pacchi. Fidanzati picchiatoti alla Rocky Balboa (sì ne esistono!), datori di lavoro schiavisti e sfruttatori, famiglia e amici assenteisti cronici. Con chi pensate se la prenderà quando al supermercato le ruberanno l’ombrello mentre voi eravate al reparto patatine e schifezze varie? Pensateci.

18) La ragazzina. Abbordata per caso in discoteca il giorno dopo scoprite che c’ha 17 anni (“…e mezzo” dice lei). Quella vocina nella testa che dice “è ‘na criatur lassa perde” è presto zittita da quel bel paio di tette che indossa con nonchalance. Ma presto vi chiamerà al lavoro per farsi passare il compito di greco (materia in cui al liceo avevate 3) e allora saranno caxxi amari. Preparatevi per il doposcuola. Rimandato.

19) La politichese di destra. È venuto fuori dopo lo so, succede sempre così. Sembrava una tipa tosta, in gamba con la testa sulle spalle. Poi piano piano sono emersi tanti piccoli indizi ai quali non avevate voluto dare peso. Alla fine vi aggiunge su facebookkeee e lì scoprirete che si ispira alla Santanchè (si ha proprio scritto Santanchè! PANICO!), che vota a destra e che ha un passato da militante in Forza Nuova. Finita l’estate come giustificherete la vostra perenne abbronzatura? #lampadaforever

20) La spilorcia. Regali su regali, cene fuori, cinema, vacanze e chi più ne ha più ne metta, eppure avess mai ritt “tesò stavolta pago io”. Vi scrocca pure le sigarette. Quanto riuscirete a resistere? Ad ogni modo tranquilli, presto troverà uno economicamente più solido di voi e vi mollerà in una notte buia e tempestosa dopo avervi chiamato a telefono…con l’addebito ovviamente. Vil danaro.

…To be continued…?

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Carnacuttaro

I vocabolari lo traducono come “trippaio”. In realtà la parola descrive due “figure professionali”: il venditore di trippa, call’ ‘e trippa (la parte dura dello stomaco bovino), cientepelle (l’intestino), e ‘o pere e ‘o musso, piede e muso di maiale puliti da peli e cotti; e il venditore di una zuppa invernale di trippa e frattaglie con freselle. Talvolta le due bancarelle erano affiancate.

Il carnacurrato, conosciuto anche col nome di ventrajuolo o cajunzaro girovagava con un approntato carrettino sul quale esponeva la sua merce: trippe e frattaglie bovine e suine, già lessate al vapore e pronte per essere servite e consumate (tranciate in piccoli pezzi) su minuscoli fogli di carta oleata; i piccoli pezzi di trippa erano prima irrorati col succo di limone e poi cosparsi con del sale che veniva prelevato da un corno bovino scavato ad hoc proprio per contenere il sale, corno tappato alla base con un congruo sughero e bucato sulla punta per permetterne la distribuzione .

«Ccà stà ‘o carnacuttaro, nu rà na cotena e na fesella»: la voce tipica. Più pittoresco il grido di Ciccio ‘o Stentiniello: «S’arrobbano ‘e piatte, s’arrobbano ‘e piatte!». Ciccio andava al lavoro seguito da una carrettella trainata da un cane. Tirava giù il pentolone e la fornace, e cuoceva interiora di agnello destinate a sfamare gli operai nella pausa di mezzogiorno con un minimo esborso con i suoi lampredotti ripieni (interiora di agnelli, puliti, arrotolati e cotti con grasso di maiale condito con pomodori e spezie), chiamati ‘e Turcenielle.

Appartenevano alla categoria, ma con accentuata specificità, altri ambulanti: “‘O Cutecare“, il venditore di cotiche di maiale bollite, che andava girando al grido:

“Cavalié, ‘e perez’ ‘a valanza,

a ‘nu carrino ‘a cotena, ‘a tracchia e ll’ossa!”

Cioè: Cavaliere, ha smarrito la bilancia, con un Carrino (antica moneta di rame) ti dà una Cotica, una Tracchia (un costereccio di maiale) e le ossa (per fare un ottimo brodo).

E il popolare “purmunaro” che vendeva polmone a frattaglie a uso dei gatti: carni scadenti, dal minimo prezzo. ‘O purmunaro, ricorda D’Ascoli, usava richiamare l’attenzione dei padroni e l’appetito dei mici battendo sonoramente fra loro due bacchette di metallo.

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Suriname, la nazionale più forte che non avete mai visto.

Tra i moltissimi blog sul calcio ho scoperto “Minuto settantotto” (http://minutosettantotto.altervista.org/) meritevole di un plauso e di un encomio non comuni.

Segnalo questo pezzo a firma di Edoardo Molinelli, al quale vanno i miei complimenti.

Suriname, la nazionale più forte che non avete mai visto

o sono Guglielmo di Nassau,
di sangue germanico,
rimarrò fedele alla patria
finché non morirò.
(prima strofa dell’inno nazionale dei Paesi Bassi,
che non viene cantata dai giocatori di origine surinamese)

4 luglio 1998.

Michael ReizigerEdgar DavidsPatrick Kluivert. Sono tre dei calciatori olandesi in campo nei quarti di finale del Mondiale 1998 contro l’Argentina. La partita rappresenta il più classico dei crocevia per la nazionaleoranje, a digiuno di risultati prestigiosi da Euro ’88 e bisognosa di ritrovare una propria identità dopo i fasti della generazione di Gullit e Van Basten. Reiziger, Davids e Kluivert non sono però dei semplici olandesi: sono di origine surinamese.

Davids è addirittura nato a Paramaribo, e così anche i compagni di squadra Clarence SeedorfAron Winter eJimmy Floyd Hasselbaink, che siedono in panchina insieme a Winston Bogarde, altro olandese di origine surinamese. In totale i giocatori provenienti dall’ex colonia (una volta nota come Guyana Olandese) sono 7 su 23. Il blog Making plans for Nigel ha proposto nel 2012 l’ipotetico “undici” del Suriname che avrebbe potuto partecipare ai mondiali francesi, sostenendo che sarebbe stato un serio candidato per la vittoria della la Coppa; affermazione forse azzardata, ma è certo che una squadra del genere (specie dal centrocampo in su) sarebbe stata un osso duro per chiunque. Leggere la formazione per credere: Menzo; Reiziger, Van Gobbel, Monkou, Bogarde; Seedorf, Davids, Winter, Blinker; Kluivert, Hasselbaink.
Davvero niente male per un Paese minuscolo e per lo più conosciuto solo nei Paesi Bassi, incassato tra la Guyana e la Guyana Francese e con il gigantesco Brasile proprio sotto di sé. La popolazione del Suriname è di poco più di 500.000 persone, quasi la metà delle quali vive nella capitale Paramaribo. L’economia è molto semplice e si basa quasi del tutto sulle esportazioni, con i Paesi Bassi a farla letteralmente da padroni tra i partner commerciali interessati alla bauxite, al riso e alle banane. Ma c’è un prodotto che, per quantità e qualità, ad Amsterdam e dintorni è di gran lunga il più richiesto: il giocatore di calcio.

Nel 1998, come abbiamo visto, il Suriname ha prodotto talenti di livello così alto da poter far parte della quarta nazionale del Mondo (peraltro eliminata dal Brasile solo ai rigori dopo aver vinto la partita con l’Argentina grazie a questo capolavoro di Bergkamp). Tutto ciò è stato il risultato di un processo lento ma costante, iniziato esattamente 28 anni prima grazie a un personaggio da leggenda.

3 aprile 1960.

Stadio Olimpico di Amsterdam. Si gioca un’amichevole tra Paesi Bassi e Bulgaria. Un tiro degli ospiti colpisce la traversa e torna in campo, ma prima che il centravanti bulgaro possa intervenire un difensore di colore respinge in rovesciata lasciando il pubblico senza parole. Il suo nome è Humprey Mijnals e ha alle spalle una storia davvero particolare.

Mijnals ha iniziato a giocare a calcio nel nativo Suriname, quindi ha esordito da professionista nell’América Futebol Clube del Pernambuco, in Brasile. Nel 1956 è stato contattato dall’USV Elinkwijk di Utrecht e si è trasferito nei Paesi Bassi con il fratello Frank e altri tre giocatori surinamesi. In Eredivisie ha giocato tanto bene da venire convocato nella nazionale olandese per la partita con la Bulgaria, primo giocatore della colonia sudamericana a meritare questo onore. Con gli oranje scenderà in campo altre due volte, l’ultima della quale proprio contro il Suriname, ma verrà estromesso a causa di alcune dichiarazioni polemiche sui criteri di selezione della nazionale rilasciate a un giornalista. Giocherà quindi per i Suriboys (con cui aveva collezionato tre presenze tra il 1954 e il 1956) difendendone la maglia per circa 45 volte, numero indicativo a causa della natura non ufficiale degli incontri. Nel 1999 sarà nominato giocatore surinamese del secolo.
Mijnals è l’apripista, anche se dovranno passare ben 21 anni prima di rivedere con la casacca arancione un altro giocatore originario del Suriname, seppur nato ad Amsterdam: un certo Frank Rijkaard. Un lasso di tempo piuttosto lungo, ma perfettamente in linea con i flussi migratori da Paramaribo, aumentati in maniera massiccia dal 1975. Nel vittorioso europeo del 1988 i surinamesi in rosa sono 4: Rijkaard, Winter,Vanenburg e il più forte di tutti, Ruud Gullit. Negli anni successivi esordiscono tra gli altri il portiereStanley MenzoBrian Roy e Gaston Taument, fino all’exploit del 1998. Ma non tutto è rose e fiori.

Nel 1996 Edgar Davids, uno che in carriera non le ha mai mandate a dire, nel bel mezzo del Campionato Europeo inglese viene rispedito a casa dal ct Hiddink per alcune dichiarazioni al vetriolo rilasciate dopo la seconda partita dei Paesi Bassi, nelle quali ha insinuato che il commissario tecnico sia troppo amico del capitano Blind e pregiudichi con le sue scelte i giocatori di colore. Un colpo durissimo per tutto il Paese, solitamente considerato un modello di tolleranza e integrazione (specie da chi non è mai stato nei ghetti neri delle principali città olandesi). Nonostante in seguito vengano fornite altre spiegazioni dell’atmosfera tesa che si respira in nazionale, legate a questioni di soldi e invidie economiche, una celeberrima foto sembra confermare la realtà di una squadra divisa. Il reporter, intrufolatosi nel ritiro oranje all’ora di pranzo, ha scattato prima che Hiddink lo scacciasse. Nella fotografia si vede il ct (in piedi) al tavolo più vicino, insieme a Bergkamp e Blind; dietro di loro un secondo tavolo, più lontano il terzo e ultimo. Laggiù, e solo laggiù, si trovano i neri, insieme ai quali siede un unico bianco, Richard Witschge.

L’entourage della nazionale smentisce le accuse di razzismo sostenendo che la separazione è dovuta unicamente ai gusti diversi dei giocatori: i neri preferiscono piatti surinamesi mentre i bianchi vogliono mangiare all’occidentale, dunque la divisione serve solo a non mischiare i due menù. Una spiegazione che contrasta con le sensazioni trasmesse dalla fotografia, che si sommano ai pettegolezzi sulle antipatie razziali (pare che in campo bianchi e neri si passino il pallone malvolentieri…) e all’autodefinizione di “clan” data da Reiziger al piccolo ma agguerrito drappello surinamese.
Che sotto sotto ci sia qualcosa di più viene confermato un anno più tardi. Raggiunta la qualificazione per i Mondiali del ’98, il magazine surinamese Obsession pubblica un articolo nel quale i calciatori di colore della nazionale oranje dichiarano di non sentirsi rispettati. Kluivert rivela che avrebbe voluto giocare per il Suriname, se solo la nazionale fosse stata minimamente competitiva.
L’ottimo cammino dei Paesi Bassi a Francia ’98 cancella le polemiche sul presunto razzismo della nazionale olandese, da allora mai più ripresentatesi. Di certo il problema è sorto dopo l’ingresso massiccio dei surinamesi in nazionale iniziato negli anni ’80. Ma per quale motivo nei Paesi Bassi gli immigrati provenienti dall’ex Guyana Olandese sono così tanti?

25 novembre 1975.

Dopo 308 anni di occupazione violenta, schiavismo (nel 1863 il 95% della popolazione era di origine africana) e sfruttamento, viene ratificata l’indipendenza del Suriname dai Paesi Bassi. Purtroppo, come mostra la storia di moltissime ex colonie, la libertà non è quasi mai foriera di un futuro radioso. Quando i colonialisti se ne vanno si lasciano alle spalle Paesi allo sbando, economicamente e socialmente immaturi: il terreno ideale per la corruzione e un’anticamera quasi certa all’autoritarismo. Il Suriname non fa eccezione. Il 25 febbraio del 1980, solo 5 anni dopo la conquista dell’indipendenza, Desi Bouterse e altri 15 sergenti dell’esercito surinamese mettono in atto un colpo di Stato.

Inizialmente il popolo è dalla loro parte nella lotta contro una classe politica inefficace e corrotta, ma deve ricredersi quando il Groep van zestien (Gruppo dei sedici) impone il coprifuoco, chiude tutti i giornali tranne de Ware Tijd (comunque sottoposto a censura), mette al bando i partiti politici, restringe il diritto di assemblea e cancella l’Università del Suriname. Il regime di Bouterse, segnato da un’altissima corruzione e dal coinvolgimento diretto nei traffici di cocaina con l’Europa, dura fino al 1991, quando la guerra civile iniziata nel 1986 tra le forze della dittatura e il Jungle Commando di Ronnie Brunswijk porta al ripristino di una repubblica presidenziale.
L’incertezza sulla vita da Stato libero prima, l’instabilità politica e il regime poi hanno contribuito all’esodo di massa dei surinamesi verso i Paesi Bassi, acuito dalla guerra dopo alcuni anni di regressione. I regimi e i conflitti portano fatalmente all’emigrazione, anche se leghisti e altri subumani del genere sembrano convinti che le persone lascino casa e famiglia esclusivamente per fare gite spesate. Si stima che in meno di 50 anni quasi un terzo della popolazione abbia attraversato l’Oceano diretto verso la ex madrepatria. Ad Amsterdam gli immigrati sono stati convogliati in un quartiere popolare, Bijlmermeer, che in breve è divenuto un vero e proprio ghetto e ha sviluppato tutte le problematiche di degrado tipiche di quella realtà.

Oggi nei Paesi Bassi vivono 350.000 persone nate in Suriname o di origine surinamese, anche se il ritorno della democrazia ha contribuito ad arrestare il flusso continuo delle migrazioni. Solo i calciatori continuano ancora a seguire gli schemi migratori del passato. Qualcuno ha provato a invertirlo, quel flusso, nonostante il destino si sia messo di traverso in un giorno d’estate di fine anni ’80.

7 giugno 1989.

Il volo 764 della Suriname Airways sta per atterrare a Paramaribo dopo un lungo volo iniziato all’aeroporto di Amsterdam. Tra i 178 passeggeri ci sono anche 17 calciatori. Non si trovano lì per caso. Fanno parte di una squadra molto particolare, l’Het Kleurrijk 11 (“l’undici di colore”), fondata nel 1986 da un assistente sociale di Amsterdam, Sonny Hasnoe, che lavora da anni nel ghetto di Bijlmermeer. Hasnoe conosce alla perfezione i problemi dell’enorme quartiere e pensa che il calcio possa essere uno dei mezzi principali per strappare i ragazzi dalla strada, dalla droga e dalla violenza. Tra i progetti che porta avanti c’è anche quello del Kleurrijk 11, una selezione di giocatori professionisti surinamesi che ha giocato la sua prima partita nel 1986 contro l’SV Robinhood, principale club di Paramaribo. L’obiettivo del Kleurrijk è duplice: dare modelli positivi ai giovani disagiati di Bijlmermeer e raccogliere fondi per sviluppare il calcio surinamese, ancora totalmente amatoriale. L’idea di Hasnoe è stata accolta con grande entusiasmo dai giocatori e dall’opinione pubblica delle due nazioni, tanto che tre anni più tardi è stato deciso di intraprendere una vera e propria tournée in Suriname. Alla guida della squadra c’è Nick Stienstra, 33enne nato a Paramaribo e trasferitosi nei Paesi Bassi per diventare un professionista. Come calciatore non è riuscito a sfondare, ma non ha abbandonato il sogno di contribuire a migliorare il livello del calcio surinamese, sia pure come tecnico. A Gullit, Rijkaard, Winter, Roy, Blinker e Gorré, le principali stelle di origine surinamese, è stato impedito di partecipare dai propri club, ciò nonostante la squadra può contare su alcuni ottimi elementi, fra i quali la “perla del Bijlmer” Steve van DorpelAndro Knel (70 presenze in Eredivise con lo Sparta Rotterdam a soli 21 anni) e Stanley Menzo, che ha disobbedito alle direttive dell’Ajax ed è partito con un volo precedente insieme all’attaccante del Groningen Hennie Meijer.

Alle 4.27 del mattino l’aereo arriva in vista dell’aeroporto di Paramaribo-Zanderij e inizia la discesa, ma la nebbia imprevista e un grave errore del pilota portano alla conclusione peggiore: l’ala destra colpisce un albero, l’apparecchio si capovolge e si schianta a terra, spezzandosi e prendendo fuoco. Delle 187 persone presenti a bordo tra equipaggio e passeggeri si salvano in 11: è la più grave tragedia nella storia dell’aviazione e, al contempo, dello sport surinamese, che perde in un solo colpo alcuni dei migliori giocatori di quella generazione.

Tra i sopravvissuti ci sono 3 membri del Kleurrijk 11, Sigi Lens, Edu Nandlal e Radjin de Haan: solo quest’ultimo tornerà a giocare, seppur con gravi problemi che gli impediranno di affermarsi nel calcio professionistico. A loro e a Menzo, che più avanti fonderà i Suriprofs, il compito di passare il testimone ai giocatori che verranno, perché l’idea di un Suriname diverso non viene fermata da quell’aereo spezzato sulla pista di Paramaribo.

20 maggio 2015.

La nazionale di Curaçao, un’altra ex colonia olandese, e una selezione non ufficiale del Suriname scendono in campo ad Almere. Il Suriname schiera, tra gli altri, Gianni Zuiverloon, 22 presenze con l’under 21 olandese, Lorenzo Davids (cugino di Edgar) e Nigel Hasselbaink, nipote di Jimmy Floyd. Il risultato è di 3-2 per Curaçao, allenato (i casi della vita) da Patrick Kluivert.

Se l’incontro fosse stato ufficiale, Curaçao avrebbe ugualmente potuto schierare i molti calciatori di origine caraibica che vivono e giocano nei Paesi Bassi, Suriname no. Ed ecco ritornare la domanda che ha aleggiato finora su questo articolo: per quale motivo i Suriboys, pur potendo contare su un bacino di ottimi giocatori, sono una delle peggiori rappresentative nazionali del globo (attualmente al 150° posto nel ranking FIFA)? Apparentemente la “colpa” è della legislazione in materia di nazionalità: per poter emigrare nei Paesi Bassi i surinamesi devono richiedere la cittadinanza olandese, che però perderebbero qualora tornassero ad assumere quella del Suriname, indispensabile per giocare in nazionale; chiaramente sono pochissimi coloro che decidono di rinunciarvi, anche perché la legge olandese permette di mantenere la doppia nazionalità solo in rarissimi casi. Lo stesso discorso vale per i figli degli emigrati, con l’ulteriore ostacolo dell’obbligo di residenza pluriennale in Suriname per chi desidera richiederne la nazionalità.
Sotto la superficie delle leggi e della burocrazia, però, emerge in tutta la sua arroganza il colonialismo sportivo imposto dai Paesi Bassi, che reclutano le giovanissime promesse del loro ex possedimento, le formano (e questo è innegabile) ma al contempo le tengono come prigioniere all’interno di un meccanismo che premia i migliori con la maglia oranje e impedisce agli altri di difendere i colori della propria terra d’origine. In patria restano solo i meno dotati, che non possono migliorare a causa delle strutture inadeguate e del carattere dilettantistico del campionato locale: perché stupirsi dei risultati deprimenti dei Suriboys?

Al momento ci sono circa 150 giocatori professionisti di origine surinamese tra Eredivisie e Eerste Divisie, più altri che giocano fuori dai Paesi Bassi. Un’ipotetica nazionale del Suriname (considerando anche chi ha già giocato con i Paesi Bassi) potrebbe schierare in porta l’ottimo Michel Vorm del Tottenham; in difesa il laziale Edson BraafheidVirgil Van Dijk del Celtic, Dwight Tiendalli dello Swansea, Jeffrey Bruma del PSV e l’ex atalantino Urby Emanuelson; a centrocampo il milanista Nigel de JongGeorgino Wijnaldum del PSV, Orlando Engelaar del Twente, l’ex meteora madridista Royston Drenthe, Evander Sno (ex Celtic e Ajax) e Leroy Fer del QPR; in attacco Jean-Paul Boëtius del Feyenoord, Ricardo Kishna dell’Ajax, Luciano Narsingh del PSV, Marvin Emnes dello Swansea, Quincy Promes dello Spartak Mosca, Jeremain Lens (che ha giocato alcuni match non ufficiali con i Suriboys prima di esordire con i Paesi Bassi) della Dinamo Kiev e i più conosciuti Ryan BabelEljero Elia e Romeo Castelen. Una formazione che, quantunque incompleta, potrebbe senza dubbio qualificarsi per un Mondiale e mettere pesantemente in difficoltà Stati Uniti e Messico nella Gold Cup centroamericana; la Surinaamse Voetbal Bond (SVB) appartiene infatti alla CONCACAF e non alla CONMEBOL, come la Guyana e la Guyana Francese.

Ultimamente qualcosa si sta muovendo, con il governo di Paramaribo al lavoro per modificare la legge sulla nazionalità per permettere al ct di turno di convocare i cittadini olandesi di origine surinamese o i cittadini surinamesi che hanno acquisito la cittadinanza olandese. Per il momento vari ritardi hanno impedito la promulgazione in tempo per le qualificazioni per Russia 2018, ma la campagna “Road to 2022“ potrebbe essere quella buona.

Forse non manca molto al giorno del debutto mondiale del Suriname, “la nazionale più forte che non avete mai visto”.

PS L’attuale Presidente del Suriname è un certo Desi Bouterse… no, non è un omonimo: è proprio l’ex dittatore, eletto alle elezioni democratiche del 2010. Per chi volesse saperne di più c’è la pagina di Wikipedia, gli altri possono consolarsi al pensiero che non è solo il popolo italiano a difettare di memoria e pudore.

Si ringrazia il blog Calcio Olandese per le informazioni sull’Het Kleurrijk 11.

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